Lettera agli specializzandi in restauro dei monumenti

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Lettera agli specializzandi in Restauro dei Monumenti

Cari Allievi, chi vi scrive è una vostra collega, architetto, specialista in Restauro dei Monumenti, diplomata ad aprile 2009 presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza Università di Roma.
Quella che lo specializzando si trova a vivere è una realtà affascinante, un continuo confronto con il costruito storico, frutto della conoscenza, della sperimentazione e dell’esperienza di secoli.
Per me, bolognese laureata a Ferrara, la Scuola ha significato anche passare dalla raccolta e intima realtà di un piccolo ateneo alla grande città che forse meglio incarna il cuore pulsante della nostra materia, sia per l’unicità della stratificazione architettonica, sia per la concentrazione di menti che animano l’attuale pensiero e dibattito sul restauro dei monumenti.
D’altronde, se qualcuno ci chiede, o se noi stessi ci soffermiamo a chiederci, in tutta onestà, perché abbiamo fatto la scelta di investire due anni della nostra vita – con già un diploma di laurea in tasca – nella Scuola, sono convinta che per molti di noi la risposta sia la necessità di un completamento, la voglia di conoscere ciò che avevamo solo intravisto, di approfondire, di capire. È una scelta dettata dalla passione, perché siamo consapevoli che, se abbiamo il privilegio di mettere le mani su una fabbrica giunta a noi attraverso i secoli, abbiamo anche il dovere di farlo in vista della sua conservazione, della rivelazione dei suoi valori e della sua trasmissione ai posteri: una grande responsabilità, sia nei confronti del passato che del futuro.
Qualcuno mi chiede a volte: ma è davvero utile il lungo percorso di studi che hai portato avanti, per la soluzione di problemi concreti in ambito professionale?
Il percorso che abbiamo intrapreso, a un occhio superficiale, può apparire lungo ed eccessivamente improntato a studi teorici, invece, grazie all’iniziativa di docenti lungimiranti, abbiamo l’occasione di frequentare il cantiere e confrontarci con le reali problematiche di conservazione, oltre che di sviluppare un metodo, un approccio in grado di guidarci nell’affrontare il progetto di restauro. L’operazione più difficoltosa, in effetti, è riuscire a trasporre l’impostazione teorica del problema sulla realtà concreta dell’edificio che presenta problematiche spesso molto più articolate rispetto alle sole questioni conservative, dove subentrano aspetti economici, gestionali, spesso anche politici, oltre che, naturalmente tecnici. Per poter affrontare la complessa realtà del nostro costruito storico e riuscire a gestire le numerose istanze che ruotano attorno ad esso, occorre sviluppare un approccio storico-critico che sappia guidare le scelte tecniche, un’impostazione metodologica, in cui le modalità operative siano frutto di una riflessione consapevole sul monumento. All’architetto spetta, infatti, il ruolo di regista del progetto e del cantiere e, quindi, la capacità di operare una sintesi degli svariati problemi analitici che ci si trova ad affrontare.

In questo senso, un’esperienza di certo utile che mi permetto di consigliare a chi intende operare in questo ambito è lo stage in Soprintendenza. Oltre a focalizzare gli aspetti normativi e amministrativi che interessano l‘architettura soggetta a vincolo di tutela, questo tipo di tirocinio offre l’occasione di visitare numerosi cantieri di restauro in itinere al fianco di un funzionario architetto e di rendersi, così, conto dello scollamento che sussiste fra quanto viene insegnato a livello accademico e quanto invece emerge dalla prassi operativa in cui tanti progetti di restauro mancano di reale conoscenza dell’edificio e di una sincera volontà conservativa. Da un lato quindi, spesso si riscontrano carenze nel progettista stesso, che investe troppo poco tempo ed energie nella fase diagnostico-conoscitiva, la quale svolge l’importante ruolo di fornire informazioni il più possibile complete sull’edificio, sulla sua storia, sugli interventi che ha subito in passato, sui materiali e i sistemi costruttivi con cui è stato realizzato, così da porre le basi necessarie per poter formulare un progetto di restauro consapevole e rispettoso del manufatto e del contesto in cui si inscerisce. D’altra parte – e qui parlo in relazione anche a cantieri di cui io stessa ho avuto la DL – si riscontra una grande difficoltà nel reperimento di maestranze che ancora conoscano i sistemi costruttivi tradizionali, per cui risulta tutt’altro che semplice l’esecuzione di alcune lavorazioni oggi dimenticate in ragione di prodotti di più semplice e rapido utilizzo che tendono ad accelerare i tempi e a semplificare le opere dell’impresa, non sempre, però, a beneficio del manufatto architettonico. Fra gli attori che ruotano attorno a un intervento di restauro, un ruolo determinante è giocato anche dalla committenza, purtroppo non sempre spinta da intenti realmente conservativi, avanzando a volte richieste con fini speculativi che rischiano di snaturare l’architettura storica stessa: è quindi compito dell’architetto restauratore guidare il committente rendendolo consapevole del valore intrinseco del monumento e delle sue peculiarità, da valorizzare, in modo che possa esserci sì un ritorno economico, ma non a scapito della conservazione.
L’intero iter che dalle prime indagini e riflessioni porta alla redazione delle scelte progettuali e quindi alla realizzazione dell’intervento di restauro è, a mio avviso, estremamente affascinante. Probabilmente, l’aspetto più stimolante ed emozionante è il confronto con l’edificio stesso, con il monumento, con il costruito che, se osservato con occhio attento e in grado di guardare, ci può fornire molti più dati e informazioni di quanto potremmo inizialmente immaginare. Il progetto di restauro stesso deve partire proprio dal monumento, imparando a dialogare con esso e a valorizzarne le peculiarità.

Queste mie riflessioni vogliono porsi come un monito agli Specializzandi, nel perseguire il percorso che hanno scelto, nonostante le difficoltà che il nostro settore e l’attuale momento critico ci pongono di fronte. La realtà universitaria oggi sembra essere piuttosto chiusa e non risulta semplice nemmeno ritagliarsi un proprio spazio nel mondo professionale. Sono però convinta che il portato acquisito proseguendo la nostra formazione anche dopo la laurea ci conferisca competenze specifiche e un metodo che, spero, si possano spendere in questo ambito per me così stimolante.
Il percorso che mi ha condotto dove sono ora mi ha molto appassionato e, pertanto, mi permetto di consigliare vivamente l’esperienza della Scuola di Specializzazione a quanti vogliano crearsi una propria realtà professionale nell’ambito dei Beni Culturali, in cui operare all’insegna della qualità, in questo campo in Italia così importante ma così poco valorizzato.

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One Comment

  1. Davvero una bella lettera, da collega “specialista” non posso che concordare appieno

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