La costruzione con terra cruda nell’antichità

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La costruzione con terra cruda nell’antichità

Gli appunti che seguono, elaborati da Alessandra Alvisi, illustrano il contenuto di una delle lezioni tenute dal prof. Alessandro Viscogliosi presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza Università di Roma, nell’ambito del corso Restauro dei Monumenti, a.a. 2007-08. La lezione in oggetto, parte di un ciclo di seminari relativi alle tecniche costruttive nel mondo antico, si è svolta il 18 febbraio 2008, affrontando il tema della costruzione con terra cruda.

La costruzione con mattoni di terra cruda costituisce la tecnica in assoluto da sempre più utilizzata in edilizia ma allo stesso tempo si presenta estremamente labile; in alcuni contesti è stata impiegata fino al passato più recente. Questa tecnica costruttiva non deve essere confusa con il pisé, sistema che consiste nell’edificare gettando direttamente fango, senza realizzare veri e propri mattoni – tale sistema è tuttora utilizzato in alcune parti dell’Africa.

Troviamo riscontro della labilità della costruzione in mattoni di terra cruda nel caso esemplificativo di Petra: gli antichi nabatei che scendevano nel Sick su cavalli dagli zoccoli fasciati – in modo da non lasciare traccia di dove fosse la famosa città-tesoro – una volta arrivati in fondo allo stretto corridoio di roccia, trovavano davanti a sé case in mattoni di terra cruda, oggi appunto scomparse (fig. 1).

Ritroviamo questo stesso sistema costruttivo a Roma, negli scavi della Borgata Fidene, dove sono state rinvenute tracce cospicue di un abitato capannicolo arcaico (IX-VIII secolo a.C.), distrutto da un incendio che aveva “cotto” buona parte del materiale costruttivo argilloso senza però ceramizzarlo; sono stati trovati anche i resti di un gatto che non era riuscito a mettersi in salvo: ssi tratta della prima testimonianza concreta della presenza del gatto domestico in casa.
La citata capanna è stata ricostruita nella sua totalità in legno, sia per quanto riguarda i pali esterni, sia la struttura portante dell’interno (fig. 2): un telaio con riempimento di fango, pochi sassi, tanta paglia e vimini. Questa tecnica costruttiva costituisce un orizzonte comune a tutte le civiltà successivamente all’abbandono delle grotte.

Roma viene fondata sul Palatino nell’età del tardo bronzo – inizio ferro laziale (appunto IX-VIII secolo a.C.) con strutture di questo tipo: ne sono state trovate tracce anche nei pressi della Casa di Augusto, del Tempio della Magna Mater e del Tempio della Vittoria.

Queste tecniche costruttive appaiono lontane nel tempo mentre, nelle campagne del Lazio, si trovano ancora oggi case realizzate con mattoni di fango e alcune di esse presentano pareti di fango decorate a graffito. Nel programma televisivo L’Eneide, trasmesso negli anni ‘70 dalla RAI (regia di Franco Rossi), veniva mostrato come le pareti della casa fossero decorare attraverso il movimento delle mani sul fango; lo stesso era effettuato per le urne cinerarie appartenenti alla medesima fase culturale. Per approfondire questo argomento, visitare il Museo protostorico e l’Antiquarium Palatino, entrambi a Roma.

Puddinga (dall’inglese pudding) = conglomerato composto da fango non depurato e sassi (contrariamente all’argilla che è invece ottenuta da fango depurato). I marmi antichi vengono chiamati dai marmorari romani sfruttando similitudini riferibili agli alimenti: si tratta sostanzialmente di due grandi famiglie, i cosiddetti marmi “striati” = prosciutto, speck, etc. e i marmi “conglomerati” = coppa, mortadella, etc. e sono estremamente icastici (fig. 3).

Tornando al mattone di fango crudo, questo costituisce un elemento costruttivo ambitissimo nel mondo antico: è presente in Macedonia, a Verghina – antica Αιγαί – (ritrovamento di tombe macedoni) e a Salonicco – antica Θεσσαλονίκη – oltre che in Mesopotamia.

Paolo Matthiae, archeologo italiano, ha scoperto Ebla e vi ha scavato dal 1963 al 2010. Ebla è costituita da edifici in mattone crudo: un architetto che andasse a lavorare ad Ebla riscontrerebbe grandissimi problemi nella conservazione di questi edifici, problemi che sono stati risolti nella maniera più antica. Il fango pressato è un ottimo materiale da costruzione ma richiede una precauzione: deve essere intonacato. L’unico sistema per conservarlo, infatti, è intonacare i ruderi, accorgimento valido per la conservazione ma infame per i visitatori: per questo Ebla è uno scavo decisamente poco comprensibile, perché si presenta in maniera lunare, ricorda il grande Cretto di Burri realizzato sulle rovine di Gibellina.

Gli antichi migliorano la tenuta del fango con l’aggiunta di paglia, elemento fondamentale perché il mattone crudo da solo tende a screpolarsi e a frantumarsi (fig. 4). Un solido ha una resistenza a compressione maggiore dello stesso solido costituito da tanti piccoli solidi (come il tronco rispetto agli stuzzicadenti), quindi, in questo senso, la paglia svolge un importante compito di coazione.

Questo sistema è all’origine di molte costruzioni del nostro Appennino realizzate con ciottoli di fiume arrotondati e smerdocco, fango ottenuto con il letame, che contiene, quindi, residui di paglia non digerita; oggi non esiste più dal punto di vista merceologico ma i muratori di sessant’anni fa lo utilizzavano ancora. Questa tecnica è anche a monte dei gravi danni riscontrati in occasione dei terremoti del Friuli, della Val Nerina, etc.

Vitruvio attribuisce la causa dei danni delle murature alla perdita di grassezza dei leganti, affermando che questi si polverizzano (ignora però il processo di carbonatazione).

A cosa serve il mattone crudo? Praticamente a tutto ciò che lavora a compressione, che è soggetto a sforzi di pressione: per esempio a portare un tetto mentre, nel caso di un balcone, lo sbalzo è già eccessivo → nello Yemen ci sono edifici di 7-8 piani costruiti in mattone crudo. Architetture che sfruttano questo sistema costruttivo si trovano in Iraq, in Mesopotamia a Ebla e in Egitto. Alcuni esempi sono la Ziggurat Etemenanki (Torre di Babele) a Babilonia in Mesopotamia, la Piramide gradonata di Djoser a Saqquara in Egitto (fig. 5) e le costruzioni in Iraq, che impiegano anche il bitume.

Missione italiana in Iraq: Operazione Antica Babilonia

Missioni di scavo italiane in Turchia: fondamentali per chiunque voglia lavorare nel campo dell’antico perché l’esperienza dei paesi mediorientali rende un po’ più facile la comprensione del nostro passato più remoto.

Con questi materiali si costruiscono a Roma, ancora all’epoca di Vitruvio (I secolo a.C.), insulae che superano i 20 m di altezza, ovvero caseggiati a più piani con appartamenti che vengono affittati alla plebe romana; un esempio è l’insula Felicula. Il mattone in terra cruda si rivela essere un materiale tutt’altro che effimero, utilizzato con importanti spessori e con numerosi vantaggi, in primis, la grande economicità.

Occorrerebbe pertanto una rivalutazione di questa tecnica costruttiva anche oggi: in zone marittime calde con modesta piovosità, per esempio, è assurdo costruire utilizzando il cemento armato, materiale la cui sola produzione richiede già sprechi energetici forsennati, materiale definito “indistruttibile”, non ai nostri fini però, quelli dell’abitabilità – non si sa ancora quanto realmente possa durare – ma piuttosto in relazione allo smaltimento dei rifiuti. Al contrario, un edificio in fango si liquefa da solo, quindi la costruzione in mattoni crudi potrebbe risultare qualcosa di estremamente redditizio per il futuro, in particolare alle nostre latitudini. Non sarebbe necessario realizzare la costruzione interamente in mattone crudo: la fondazione potrebbe, per esempio, essere in cemento armato. Inoltre, dal punto di vista sismico, il mattone crudo è abbastanza inerte; naturalmente occorrerebbe avanzare una idonea progettazione.

Ci spostiamo in una frenetica città (non ne viene esplicitato il nome) della Turchia che sta abbandonando il suo ruolo di ex capitale degli ecatommiti (IV secolo a.C.) e sta affrontando la ristrutturazione della Turchia moderna. A poca distanza da qui ci sono grattacieli in cemento armato, molti dei quali crollati in occasione del recente terremoto di Istanbul. Qui troviamo un muro di pietra e fango (o smerdocco), intonacato in terra con travi in legno che fungono da catena e da compattatore con relativi capochiave e sopraelevazioni nel più puro opus craticium = opera a graticcio, ovvero telaio in legno riempito di fango e sterco pressato (fig. 6) → queste case sono state abitate fino ad oggi; una volta intonacate sono indistinguibili dalle altre. Lo stesso prof. Viscogliosi, fino al 1995, ha abitato in una casa a Roma, in Piazza di Spagna, i cui tramezzi erano realizzati in opus craticium, telai in legno con dentro un po’ di gesso, attribuibili al 1890. La struttura di questi muri spesso è irregolare, a seconda dei pezzi di legno che si riuscivano a reperire.

Nel mondo mediorientale i crolli vengono lasciati dove sono → gli edifici non si restaurano, si costruisce a fianco di essi, mentre questi ultimi si stanno liquefacendo: con questo sistema è stata costruita un’importante città palazziale sull’Eufrate: risultava più economico e non vi erano problemi di spazio.

La sensazione che abbiamo da occidentali oggi andando a Damasco, ad Aleppo o a Milas (l’antica Μύλασα) è la stessa che avevano i viaggiatori europei che visitavano Roma nel Settecento e vedevano palazzi sontuosi come Palazzo Farnese attorniati da “catapecchie” medievali o, peggio, ruderi informi.

C’è una grande incomprensione da parte del mondo culturale occidentale nei confronti di quello orientale. Una ventina di anni fa lo Yemen si è aperto al turismo: chi aveva visto questa terra nelle condizioni in cui Pasolini aveva girato Il Fiore delle mille e una notte e vi torna una volta aperte le porte al turismo, ne rimane sconcertato: paradisi come Sana’a e Shara si presentano invasi dalla plastica. Gli yemeniti in realtà continuano a condurre lo stesso tipo di vita che avevano sempre condotto: conservano con cura e spargono intorno a casa l’immondizia, ivi compresi i corpi dei defunti, in modo da evitare la desertificazione del territorio. In zone estremamente aride, infatti, l’humus è l’elemento più prezioso che ci sia: tutto ciò che è humus, dalla buccia di mela alle carcasse, diventa terra. Per millenni l’immondizia è stata “biodegradabile”, per lo meno parzialmente: a Roma sono stati trovati i sotterranei e il piano terreno del Palatino sommersi dalla spazzatura, che di non biodegradabile aveva la terracotta, equivalente, per il mondo antico, a quello che la plastica è per noi oggi; sembra un elemento naturale ma del tutto naturale non è.

In Inghilterra le grandi case, le più sontuose – la stessa Woburn Abbey – sono state completamente rifatte in tempi recenti perché erano realizzate con tecniche analoghe all’opus craticium con smerdocco; il palazzo di Hampton Court ha subito un gravissimo incendio: si tratta di edifici realizzati con sistemi costruttivi inqualificabili per gli standard di oggi, così come anche tante architetture francesi e non solo: la salvezza dell’abitante non era contemplata all’epoca della costruzione (e tante volte non lo è ancora oggi).

Turchia, tempio del II secolo a.C. costituito da muri in pietra con legante in terra: si tratta di un sistema estremamente diffuso. Come consolidarlo? si faranno sperimentazioni con un po’ di calce, terra e vinavil.

Letto ripartitore: elemento di grande importanza nell’architettura antica, utilizzato anche dai romani, per esempio nel tempio di Apollo Sosiano a Roma. In genere è costituito da elementi lignei disposti orizzontalmente all’interno del muro che corrono per tutto l’edificio. Il mondo antico ragiona, infatti, per forze-peso; le spinte sono, per il momento, solo intuite (fig. 7).

Case lignee a Milas, in Turchia, ancora abitate, realizzate nella parte bassa in buona muratura o in blocchi, spesso utilizzando elementi di reimpiego (accanto alla città ci sono numerose cave di marmo); al piano superiore presentano opus craticium e all’ultimo livello utilizzano cassette da frutta, ovvero telai in legno di un certo spessore, chiusi davanti e dietro da assicelle e schegge di legno di albero da frutta come il fico o il carrubo (si tratta di una zona in cui il legno è raro). Quando il legno è putrefatto, la materia non esiste più: cosa restauriamo? cosa consolidiamo? I turchi eseguono un’operazione “alla giapponese”: smontano i dettagli decorativi in legno intagliato, buttano giù tutto e rifanno l’architettura uguale alla precedente, riutilizzando gli elementi salvati. Bisogna prendere atto di questo: per determinate tecniche costruttive il consolidamento scientifico è talmente forsennato, a livello di costi e di gestione, che comporterebbe il “non uso” degli edifici e la totale “non adattabilità” agli standard di sicurezza moderni. Sarà, quindi, necessario conservarne la forma e la memoria della tecnica, ammettendo che questi sistemi costruttivi non possono essere conservati a lungo. Sono pensati così in quanto estremamente economici: lo erano quando la materia prima era cara e la manodopera costava poco. La Turchia ottomana ha sviluppato una civiltà abitativa sontuosissima ma assolutamente intercambiabile: il palazzo di Wadi Dhar costruito in Yemen su una rupe, per esempio, appare medievale, ma è del 1936 (già di grande antichità rispetto all’età media degli edifici, per esempio, di Sana’a).

Con questi sistemi si costruiscono i piani superiori delle insulae romane, anche dopo la lex Iulia de edificis e la lex Ulpiae; Augusto limita a 21 m e 7 piani l’altezza massima degli edifici ma nessuno impedisce di costruire arretrati. I cenacula che “toccano il cielo” sono fatti così. Roma antica brucia continuamente per la reale quantità di legno presente in edilizia.

L’architettura islamica è “l’architettura romana conservata”, in quanto gli arabi sono nomadi e, nel momento in cui invadono le terre più prospere dell’Impero Romano d’Oriente, la Siria, etc. adottano gli architetti romani: la grande moschea di Damasco altro non è che una basilica con relativo foro.

Poppea Sabina (30-65 d.C.): donna più ricca della sua epoca, proveniente da una famiglia di altissima aristocrazia senatoria. La villa della gens Poppea ad Oplontis mostra rifacimenti in opus craticium, come tutte le case romane: tante volte si trovano labilissime tracce di strutture che non ci sono più; non bisogna avere difficoltà ad ammettere che la costruzione poteva avere più piani realizzati con strutture ormai volatilizzate rispetto a quanto è rimasto. Questi materiali deperibili hanno costituito il 90% di città che sono state signore del mondo come Alessandria d’Egitto; il fatto che qui non siano rimasti grandi resti monumentali è dovuto alle stesse ragioni viste per Petra. Palmira sembra Hiroshima dopo il bombardamento: vediamo solo colonne e scheletri di porte perché l’architettura consisteva di muri in mattone crudo, così come anche ad Antiochia.

L’opus craticium non ha grandi valenze portanti ma un edificio a un piano solo poteva essere tranquillamente realizzato interamente con questo sistema. Questa tecnica si trova davvero un po’ ovunque, solo che tante volte è celata: consiste di vari materiali tenuti insieme da un reticolato ligneo, la ritroviamo anche a Bologna. C’è però il gusto del colore: il colore equivale al lusso, alla ricchezza → ogni colore che richieda una lavorazione è considerato un di più, appunto un lusso.

 

Bibliografia:
• Cairoli Fulvio Giuliani, L’edilizia nell’antichità → il “vangelo”; anche gli altri suoi scritti sono tutti validi
Trattato sul consolidamento, Mancosu editore → Alessandro Viscogliosi e Marianna Mazzanobile si sono occupati della parte sull’antico; contiene molte citazioni

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